MIMMO PALADINO E DOMENICO BIANCHI

21 luglio – 1 settembre 2003

a cura di Ludovico Pratesi

Il mio lavoro non ha mai avuto la necessità di stupire e di provocare, perché provocazione e stupore sono nella magia del segno o della installazione o dell’opera. Non c’è necessità, se non in alcuni momenti della storia come nel periodo delle avanguardie, di uscire per smuovere, provocare, rompere. I nostri tempi non ci consentono più questo perché non ce ne è necessità. Penso piuttosto che ci sia necessità di riflessione, di approfondimento, di tempi più lenti, anzi di frenare invece che correre. E’ il momento della punta di matita piuttosto che quello dello shock. Non è più quello l’argomento delle nostre riflessioni. Ci occupiamo di arte, di segno, di poesia con i quali dobbiamo dire cose anche semplici. Certe esperienze delle arti visive mi sembrano a rilento rispetto al mondo vero, che è molto più shockante. L’artista deve proporre altri mondi. Uno spettatore deve portare queste riflessioni.

(Mimmo Paladino)

 

La serie delle mappe dell’anima si dispone come in un’antica quadreria barocca, sulle pareti della chiesa del Suffragio. Una disposizione voluta dall’artista per accentuare il carattere di “rappresentazione”, proponendo una lettura delle opere che, accostate tra loro, creano un percorso visivo unico. Il colore della cera, materiale naturale, costituisce una sorta di incipit luminoso dell’itinerario visivo suggerito da Bianchi, e nello stesso tempo instaura un rapporto preciso con la terra. Sul secondo rango della quadreria sfilano le tre tavole di legno, che presentano una fitta trama di segni dorati, tracciati sul legno inciso con il palladio. Un intrecciarsi di pieni e vuoti che ricorda le tarsie rinascimentali, dove l’accostamento cromatico tra i diversi tipi di legno (nelle tarsie dello Studiolo di Federico da Montefeltro ad Urbino ne sono stati utilizzati più di cinquanta) costruisce l’immagine voluta dall’artista. Come la cera e il metallo, anche il legno è un elemento naturale che viene inciso dall’artista per costruire un’immagine astratta ma non decorativa, che si inserisce perfettamente nella tautologia della materia che l’artista dispone con la sola finalità di trascenderla e superarla. Una dimensione mentale della pittura che trova il suo ideale punto di arrivo nell’opera nera, un territorio assoluto come i dipinti di Reinhardt, composto da 76 quadrati di cera uno diverso dall’altro, intrecciati tra loro per definire il ricercato dall’artista.

(Domenico Bianchi)